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La Arpia di sesso Maschile è un'invenzione dei giochi fantasy per rimpolpare l'infinita varietà di creature...NOME: Arpia

DIFFICOLTA':

PUNTI VITA: 3550

HABITAT: Caverne sotterranee, grotte marine e grandi castelli decaduti.

ALLINEAMENTO: Caotico Malvagio.

INVENTORE: L'origine delle arpie deriva dal mito greco e, come ogni argomento di esso, ci sono moltissime sfumature sulla nascita di esse, sul loro aspetto e sul loro ruolo. Si dice che ognuna di esse rappresenti un differente aspetto delle tempeste marine. Secondo Esiodo vi erano due arpie, Aello ed Ocipete, figlie di Taumante (figlio di Ponto, il mare)  ed Elettra (figlia del titano oceano), ma regna totale incertezza sui loro "genitori" dato che altri miti li raffigurano come figli di Tifone ed Echidna. Secondo Omero e Virgilio, invece, esisteva una terza sorella di nome Celeno (che sempre secondo Omero si sarebbe chiamata invece Podarge). A dir la verità il numero delle Arpie, leggendo Omero, risulta indeterminato, ma di sicuro cita queste tre nei suoi miti: la tradizione vuole che per alcuni scrittori le Arpie fossero molto più numerose di cui le più note si chiamavano Acheloe, Alope, Ocitoe, Podarge (e qui arrivano le contraddizioni poiché Podarge secondo Omero era il vero nome di Celeno) e Tiella. Secondo le varie storie, è scritto che primordialmente vivessero nei giardini delle Esperidi, e comunque nell’estremo Occidente, in direzione del mondo infero, successivamente  nelle isole Strofadi (dove una di loro fu incontrata da Enea, come ci racconta Virgilio nell'Eneide, il cui passo è stato inserito a fine pagina) nel mare Ionio, dove si dice furono costrette a ritirarsi per colpa dei Boreadi (figli del vento Borea, che invece secondo un'altra versione le uccisero), oppure in una grotta sotterranea a Creta. Ognuna delle tre ha un nome con un significato a sé, e su ognuna di esse c'è una storia diversa:

  -  Aello (in greco Ἀελλὼ, -οῦς, in latino Aellō, -ŭs) significava in greco "rapida come il turbine". Secondo il mito lei non era altro che la portatrice di pace e giustizia, inviata dagli dei per assegnare agli uomini le giuste punizioni per i crimini che avevano commesso. Come abbiamo detto, le interpretazioni sull'aspetto delle Arpie sono abbastanza diverse a seconda del mito: infatti in alcuni veniva descritta come una stupenda fanciulla alata, in altri come un mostro alato dal volto di una bruttissima donna, da altri un mostro metà donna metà uccello con lunghi artigli appuntiti e ricurvi ed infine, in altri, viene descritta mentre cattura gli uomini per trascinarli nell'Ade e sottoporli ad orrende torture.

  -  Ocipete era detta in lingua greca anche Okithoe o Okypede. Da queste parole possiamo ricavare l'etimologia ed il significato del suo nome: Okypede proviene dalla parola wjkuv" che significa "veloce", in aggiunta al verbo rJevw che significa "scorrere": quindi il suo nome vuol dire "colei che scorre veloce". Non ci sono particolari storie su di lei, se non quelle che la raffiguravano in scorrerie insieme alle sorelle.

  -  Celeno ( greco Κελαινώ, in latino Celaenō ) significava in greco "oscurità" ma talvolta, come già detto, veniva chiamata anche Podarge, che significava "dal piede agile". Ella era l'arpia che Enea incontrò, durante il suo viaggio, nelle isole Strofadi e che gli diede profezie sul viaggio che ancora doveva affrontare. Secondo altre leggende, Celeno era l'amante di Zefiro (che insieme a Borea ed altri venti, erano i figli di Eolo dio dei venti) e con lui generò i due cavalli parlanti dell'eroe Achille, Balio e Xanto.

Ci sono varie interpretazioni sul ruolo delle arpie nel folklore Greco. Sta di fatto che dal principio venivano rappresentate come mostri che impersonavano i venti tempestosi che ambientavano i mari: ed è in questa ambientazione, durante furiose tempeste dove le fragili navi greche non potevano far nulla che sperare, le Arpie apparivano per rapire i naufraghi della burrasca (Sta di fatto che la parola Arpia deriva dal greco arpazo, che significa giustappunto "rapisco"). Più tardi sono state rappresentate come divinità infernali, che strappavano l'anima di coloro che erano in punto di morte e, attraverso l'aria, la trasportavano fino all'Ade. Successivamente vennero rappresentate come la concezione più comune del mondo Fantasy: uccelli con il volto di donna (quindi hanno acquisito una consistenza corporea). Infine finirono per assumere il ruolo della personificazione dei più comuni e terribili mali che affliggevano l'umanità da sempre: guerre, carestie, epidemie e cataclismi.

 

 

Arpia FemminaDESCRIZIONE FANTASY: E' un essere sadico, sempre in cerca di vittime e prova piacere nel causare sofferenze e morte. Assomiglia ad una donna, ma dal volto maligno e deformato da smorfie, le gambe e le ali simili a quelle di un pipistrello gigante (infatti esse vengono spesso confuse con le femmine della razza dei vampiri; ciò viene dal fatto che a volte, queste bestie, diventano le mogli della razza cainita). Capelli arruffati e sporchi, incrostati dal sangue delle prede, che succhiano come vampiri grazie a canini lunghi ed affilati. Occhi neri, con artigli alle mani e ai piedi. Alcune Arpie più esperte e potenti, riescono a modellare col tempo il loro viso ed il loro corpo, facendolo assomigliare del tutto ad una bella donna, e riescono anche ad imparare il linguaggio degli esseri umani: fatto ciò possono mischiarsi con essi e, tramite l'arte della persuasione e sfruttando il loro aspetto, riescono ad avere prede facili. Ciò si mantiene fino a quando le emozioni dell'Arpia vengono mantenute: infatti nel caso perdesse il controllo, il suo aspetto si mostrerebbe per quello che effettivamente è, mostrando del tutto i tratti della propria razza. Alcune storie narrano di matrimoni tra Arpie di questo genere e umani particolarmente belli, fatto particolarmente raro dato che le Arpie pongono sempre davanti a tutto il piacere che viene offerto da una succulenta preda a discapito di qualsiasi altra emozione. Gli esemplari maschili di queste bestie, a differenza di quelli femminili, non hanno alcuna somiglianza con le caratteristiche di un essere umano: corpo bestiale, spesso muscoloso, e il loro volto è deformato a volte dalla presenza un corno sul mento e/o sulla fronte (come si più vedere dalla prima immagine).

ATTACCHI: Combatte soprattutto volando dato che ha un'estrema agilità in volo.

 - Canto Ammaliatore = Attraverso il suo canto ammalia le prede: le vittime sotto uno stato di "charme" non oppongono resistenza all'arpia ed eseguono eventuali ordini. L'effetto dura per un certo periodo di tempo limitato, variabile a seconda del livello di forza della creatura. Il potere non è prettamente femminile ma, come non si potrebbe pensare, anche maschile.


INVULNERABILE: N.A.

PUNTI DEBOLI: N.A.

 

I PASSI DELLA MITOLOGIA GRECA IN CUI APPARE LA FIGURA DELL'ARPIA

 

Enea incontra le Arpie dopo tre giorno di naufragio e dopo essere approdato sulle isole Strofadi (III, 209-262);

 

Mi accolgono dapprima in salvo dalle onde le rive

delle Strofadi; sono denominate Strofadi, con nome greco,

le isole del vasto Ionio, che la crudele Celeno

e le altre Arpie abitano, dopo che la casa di Fineo

si chiuse, e per paura lasciarono le antiche mense.

Non v’è mostro più infausto di quelle; nessuna peste

più crudele o maledizione divina uscì dalle onde stigie.

Virginei volti su corpi di uccelli, nauseante profluvio

di ventre, artigli adunchi e pallida sempre

la faccia di fame.

Come, arrivati qui, entrammo nel porto, ecco

vediamo floridi armenti di buoi sparsi nei campi

e senza alcun custode un gregge di capre tra l’erba.

Assaliamo col ferro e chiamiamo a parte della preda

gli dei e lo stesso Giove; allora sulla curva spiaggia

disponiamo giacigli e banchettiamo con laute vivande.

Ma improvvise con orribile discesa dai monti compaiono

le Arpie e scuotono con grandi strida le ali,

ghermiscono i cibi e lordano tutto con immondo

contatto; s’odono lugubri strida tra il lezzo.

Imbandiamo di nuovo le mense in una profonda rientranza

sotto una cava rupe, racchiusa intorno da alberi

e da ombre emergenti, e riponiamo il fuoco sulle are:

di nuovo da una diversa parte del cielo, e da ciechi nascondigli,

vola la turba sonora intorno alla preda con unghie

adunche e insozza i cibi con la bocca. Allora ai compagni

ordino di prendere le armi e di combattere la crudele

genia. Fanno com’è comandato, e dispongono

le spade celate nell’erba e nascondono gli scudi.

Dunque, appena esse discesero per la curva spiaggia e produssero

strepito, Miseno dall’alta vedetta emette il segnale

con il cavo bronzo. I compagni assalgono e tentano

nuove battaglie, di ferire col ferro i sudici uccelli del mare.

Ma esse non ricevono offesa nelle piume, o ferite

sul dorso, e volate con rapida fuga alle stelle

lasciano la preda semidivorata e le sozze vestigia.

Sola si fermò su un’altissima rupe Celeno,

infausta profetessa, ed eruppe questa voce dal petto:

“Guerra, anche, per la strage dei buoi e gli abbattuti

giovenchi, o figli di Laomedonte, guerra vi preparate a portare

e a scacciare dal patrio regno le innocenti Arpie?

Accogliete dunque nell’animo ed imprimete queste parole:

ciò che il padre onnipotente predisse a Febo,

e Febo Apollo a me, io, massima delle Furie, svelo.

Voi navigate verso l’Italia e la invocate seguendo i venti:

giungerete in Italia e potrete entrare in porto;

ma non cingerete di mura la città destinata

prima che una terribile fame e l’offesa fatta

con l’aggredirci vi costringa a consumare con le mascelle

le rose mense”.

Disse, e levatasi sulle ali, fuggì nella selva.

Ai compagni per l’improvviso terrore si rapprese gelido

Il sangue; caddero gli animi, e non più con le armi,

ma con voti e preghiere esigono di chiedere pace,

siano dee, o sinistri e sudici uccelli”.

 

 

L'episodio delle Arpie nelle "Argonautiche”

(II, 178-241, 262-300)

 

Su quella riva abitava Fineo, figlio di Agenore,

che fra tutti gli uomini subì le pene più atroci,

per l’arte profetica che gli donò un tempo il figlio di Leto;

non ebbe alcun ritegno nemmeno a rivelare agli uomini

precisamente il sacro pensiero del figlio di Crono.

E perciò il dio gli assegnò una vecchiaia lunghissima,

e gli tolse la dolce luce degli occhi e non gli permise

di gustare i molti cibi che gli portavano a casa i vicini,

chiedendogli una profezia; perché, piombando

attraverso le nuvole, le Arpie glieli strappavano sempre

dalle mani e dalla bocca coi loro rostri e talvolta

non gli lasciavano nulla, talaltra pochissimo cibo,

perché continuasse a vivere e a soffrire.

Però vi spargevano un odore schifoso e nessuno poteva

non solo portarlo alla bocca, ma sopportarlo

da lontano, tale fetore esalavano i resti del pranzo.

Ma quando sentì la voce, il frastuono di un gruppo di uomini,

capì ch’eran giunti quelli che gli avrebbero dato,

secondo i vaticini di Zeus, la gioia del cibo.

Si alzò dal suo letto, come un fantasma nel sogno,

appoggiato al bastone, coi piedi contratti giunse fino alla porta,

tastando i muri, e camminando le membra tremavano

di fragilità e di vecchiaia: il corpo era secco, e duro di sudiciume,

e la pelle teneva insieme soltanto le ossa.

Uscito di casa, piegò le ginocchia sfinite e sedette

sulla soglia dell’atrio; l’avvolse una scura vertigine

e gli parve che la terra girasse intorno a lui dal profondo;

senza parole cadde in un torpore spossato.

Come lo videro, gli eroi gli si raccolsero intorno

stupiti, ed egli, traendo a fatica il respiro

dal profondo del petto, disse parole profetiche:

“Ascoltatemi, voi che siete i più prodi di tutta la Grecia,

se siete davvero quelli che per un duro comando regale,

sulla nave Argo, Giasone porta al vello d’oro.

Ma certo lo siete; ancora la mia mente conosce tutte le cose

per scienza divina: ti ringrazio, signore, figlio di Leto,

pure in mezzo ai miei dolorosi travagli.

In nome di Zeus protettore dei supplici, e punitore implacabile

dei malvagi, in nome di Febo, in nome di Era stessa,

che più di tutti gli dei ha cura del vostro viaggio, vi supplico,

datemi aiuto, salvate dalla rovina un uomo infelice,

e non partite lasciandomi abbandonato così come sono.

Non soltanto l’Erinni mi ha calpestato gli occhi

ma a questi mali si aggiunge un altro male più amaro.

Le Arpie mi rapiscono il cibo di bocca

piombando da non so dove, da qualche nido funesto,

e non ho modo di difendermi. Più facilmente

quando ho voglia di cibo, potrei celarlo a me stesso

che a quelle, tanto veloci attraversano l’aria.

Se talvolta per caso mi lasciano un poco di cibo,

manda un odore tremendo, che non si può sopportare.

Nessuno degli uomini potrebbe mai avvicinarsi,

neppure un momento, neppure se avesse il cuore di acciaio.

Ma la necessità mi costringe, amara, insaziabile,

a restare, e non solo, a mettere nel mio maledetto ventre quel cibo.

La profezia divina dice che le cacceranno

i figli di Borea, e non mi sono estranei i miei salvatori,

se è vero che io sono Fineo, un tempo famoso tra gli uomini

per la ricchezza e per l’arte profetica, e mio padre fu Agenore,

e se quand’ero signore dei Traci condussi nella mia casa

quale mia sposa, coi doni nuziali, la loro sorella Cleopatra”.

Così disse Fineo, e una profonda pietà prese ciascuno di loro,

ma più di tutti gli altri i figli di Borea.

[…]

Prestato il giuramento, erano entrambi ansiosi di porgergli aiuto.

Subito i più giovani prepararono il pranzo per Fineo,

l’ultima preda offerta alle Arpie, e i Boreadi si misero accanto,

per respingere con la spada l’assalto di quelle.

Il vecchio aveva appena toccato il suo cibo che subito,

come acerbe tempeste, come baleni balzarono

dalle nubi, improvvise, e con immenso stridore

si avventarono sul cibo smaniose: a quella vista gli eroi

diedero un grido, ma quelle, sempre stridendo,

e divorata ogni cosa, volarono oltre il mare, lontano,

e là non rimase altro che un insopportabile odore.

I due figli di Borea brandirono allora le spade

e le inseguirono. Zeus diede loro una forza instancabile:

senza di lui non avrebbero mai potuto seguirle,

perché volavano rapide come tempeste di Zefiro,

sempre, quando andavano verso Fineo o ne ripartivano.

Come quando sui monti i cani esperti di caccia

corrono sulle piste delle capre o dei cerbiatti,

e gli si spingono addosso, ed in cima

alle mascelle serrano i denti a vuoto,

così serrando da presso la Arpie i figli di Borea

cercavano invano, protendendo le dita, di prenderle.

Quando poi le raggiunsero, lontano, alle isole Erranti,

certo le avrebbero fatte a pezzi, contro il volere divino,

se non li avesse visti la rapida Iride e non fosse discesa,

dal cielo, e non li avesse fermati ammonendoli:

“Non vi è lecito, figli di Borea, colpire con la vostra spada

le Arpie, che sono i cani del potentissimo Zeus,

ma io vi giuro che non torneranno da Fineo”.

Così disse e giurò sull’acqua del fiume Stige,

che è per gli dei tutti la più venerata e tremenda,

che mai più sarebbero andate alla casa

del figlio di Agenore; questo era stabilito dal fato.

Ed essi cedettero al giuramento e si volsero indietro veloci

per ritornare alla nave; perciò gli uomini diedero il nome di Strofadi,

Isole della Svolta, a quelle che prima chiamavano Erranti.

Le Arpie ed Iride si separarono, le une verso il profondo

d’una caverna di Creta, Iride in alto all’Olimpo:

la portavano in volo le velocissime ali.

 

Ariosto fa una descrizione molto simile, però, per lui, le arpie erano sette e stavano  a simboleggiare le sette pestilenze per i sette peccati mortali (Orlando Furioso, XXXIII, 120):

"...Erano sette in una schera, e tutte
Volto di donne avean pallide e smorte,
Per lunga fame attenuate e asciutte
Orribili a veder più che la morte:
L'alaccie grandi avean deformi e brutte,
le man rapaci, e l'ugne incurve e torte;
Grande e fetido il ventre, e lunga coda
Come di serpe che s'aggira e snoda...
"

 

Nell’Inferno della Divina Commedia la visione di Dante delle Arpie è tutta ispirata all'Eneide. Esse vivono e nidificano, infatti, nella selva dei suicidi, che avendo fatto violenza su se stessi in modo innaturale "sradicandosi" dalla vita, nell'inferno dantesco, sono condannati a sopportare la condizione innaturale di uomini-albero. Condizione, questa, che Virgilio aveva invece riservato a Polidoro, per non aver ricevuto degna sepoltura dopo essere stato ucciso. Anche la descrizione è molto simile a quella dell'Eneide: (Inferno, XIII canto, 4-15)

 

"Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;

non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco:

non han sì aspri sterpi né sì folti

quelle fiere selvagge che 'n odio hanno

tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,

che cacciar de le Strofade i Troiani

con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,

piè con artigli, e pennúto 'l gran ventre;

fanno lamenti in su li alberi strani."

 

 

Le Arpie nell'Inferno di Dante Alighieri

Marchio Thomas Barlog                

Pistacchio & Thomas Barlog

 

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Ultimo aggiornamento: 15/03/2008 13.02.04.